Pubblicato in Politica
7/07 2014

L’immunità parlamentare è un bene, vi spiego perché…

senatoEstate cocente. Non tanto per il caldo – perché è ovvio che sia così – quanto per le discussioni (o meglio diatribe) politiche attorno al tema della nuova legge elettorale e soprattutto della riforma del Senato.

Ed una delle questioni che sta scatenando il dibattito riguarda l’immunità parlamentare, vista – in maniera esageratamente e stucchevolmente “populista” – come la conferma trasversale della necessità della “casta” di mantenere e godere dei propri privilegi.

In realtà, approfondendo così come si deve l’argomento, l’immunità parlamentare non è stata di certo concepita come un’interferenza tra i poteri dello Stato, bensì come sistema di bilanciamento.

Bisogna partire, infatti, dal principio che ogni rappresentante che siede in Parlamento è eletto direttamente dal popolo e, perciò, risponde soltanto ad esso quando è nell’esercizio delle sue funzioni.

Da qui l’ovvia considerazione che nessun altro potere statale può impedire al deputato o al senatore di esercitare il mandato ricevuto, fatti salvi – naturalmente – i casi di flagranza di reato.

Si tratta di un sistema voluto e creato dall’Assemblea Costituente, allorquando c’era da affibbiare una Costituzione all’Italia Repubblicana, permeata da principi e valori frutto di un compromesso da democristiani e da esponenti di sinistra.

E, poi, ricordando la separazione dei poteri, la dottrina che sta alla base di ogni Stato di Diritto, il potere legislativo è giustamente separato da quello giudiziario, da cui deriva che la magistratura non è né deve essere la forza dominante in Italia e deve essere soggetta a dei “limiti” per tutelare la libertà personale dei cittadini.

E certo non occorre che io faccia un excursus sui tanti e tristi errori commessi dalla giustizia (Tortora docet).

Ecco perché è necessario reintrodurre un’immunità parlamentare piena ed esclusiva che tuteli la sfera privata dei parlamentari, comprese le conversazioni epistolari, telematiche e telefoniche.

Bisogna rifuggire, insomma, dall’idea “grillina” che il politico sia un “nemico” della società ma è il rappresentante degli interessi comuni, nominato dal popolo per perseguire il bene della collettività in Parlamento.

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