Pubblicato in Politica
30/09 2013

L’Italia non può diventare un “porto di mare”: bisogna tutelare le nostre aziende

Made In ItalyTelecom, Alitalia, Ansaldo… Eccetera, eccetera. Non c’è giorno in cui una grossa azienda italiana non corra il rischio di smettere di esserlo. E tutto questo sta capitando senza che la classe politica prenda le dovute precauzioni, troppo arrendevole nei confronti del concetto di “globalizzazione” e del rispetto del patrimonio del Paese.

Eppure, alla base di una Nazione ci dovrebbe essere la tutela delle proprie aziende, soprattutto quelle che hanno il tricolore come “sottotitolo”. Invece, stiamo assistendo alla triste possibilità che Telecom vada agli spagnoli; che Alitalia finisca nelle mani dei francesi; che Ansaldo possa diventare americana. Con buona pace dello sviluppo del nostro mercato economico e con il rischio che vadano in frantumi migliaia di posti di lavoro.

Si dice: “Non bisogna più guardare al mercato come se ci fossero ancora i confini“. Sinceramente, me ne infischio. Perché, come anche scritto nel post della scorsa settimana, non è che la globalizzazione abbia portato risultati positivi. Anzi… Se siamo in crisi, non certo lo dobbiamo (solo) a cattive scelte interne. E poi, il mercato globalizzato ha danneggiato quello artigianale e autoctono: stiamo perdendo la nostra identità, amalgamandoci con tutto il resto.

Io sono per la difesa della particolarità. E se ne avessi le facoltà, tutelerei i nostri prodotti, facendo pagare un dazio pesantissimo a tutti quelli che provengono dall’estero (soprattutto dalla Cina).

Non si può più, infatti, tollerare che l’Italia diventi un “porto di mare” per i grossi investitori stranieri.

Abbiamo un orgoglio da difendere.

 

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