Pubblicato in Politica
12/09 2013

Chiudere le porte a chi è clandestino, non è qualificato e non conosce la lingua italiana

FrontieraLa terribile morte della dottoressa Eleonora Cantamessa, avvenuta domenica scorsa nel bergamasco, investita da un indiano, fratello dell’uomo che il medico stava soccorrendo per spirito di dedizione, pone ancora una volta sotto ai riflettori il problema dell’immigrazione nel nostro Paese.

Innanzitutto, una doverosa promessa, per evitare spiacevoli fraintendimenti: affrontare questo tema con rigidità non significa essere razzisti. Perché un conto è non tollerare qualcuno solo perché ha un diverso colore della pelle, un altro è denunciare l’assenza di una politica che controlli l’ingresso dei clandestini.

In primo luogo, perché chi sbarca sulle nostre coste senza che lo Stato lo sappia, genera problemi alla sicurezza nazionale: non possiamo sapere se fra di loro ci sono criminali di varia natura o terroristi. Poi, perché si tratta di gente che, spesso illusa dagli scafisti, cerca nel nostro Paese un lavoro che li possa fare sopravvivere ma, una volta giunti, o sono destinati a fare “lavori” sottopagati, in nero o “miserevoli”; o si danno all’accattonaggio; o, giocoforza, entrano nel giro della microcrimonalità o, peggio ancora, in quella organizzata.

Insomma, non bisogna chiudere le porte a tutti gli stranieri – è ovvio – purché vengano da noi in maniera legale e con la prospettiva pressocché immediata di trovare un impiego qualificato, sotto tutela e controllo da parte di un’agenzia per l’immigrazione costituita ad hoc. Proprio come avviene, ad esempio, in Canada, dove, per ottenere un permesso di lavoro, occorre avere una competenza certificata che si trova all’interno di una lista speciale emessa dal governo, all’interno di cui sono elencate le qualifiche di cui lo stato Nordamericano ha bisogno; e, per di più, occorre conoscere in maniera almeno elementare la lingua inglese.

E perché non si potrebbe adottare questo sistema anche in Italia? Perché un immigrato che voglia lavorare nel nostro Paese non debba, prima, sostenere un esame che certifichi la sua conoscenza della lingua, la storia, gli usi e i costumi della Nazione che lo ospiterà?

Inoltre, è sia giusto rispettare le credenze degli immigrati, soprattutto quelle religiose, ma è anche vero che bisogna proibire quelle che cozzano con il sistema legale e tradizionale italiano. Ad esempio, non si può accettare che una donna usi il Burqa – bisogna essere riconoscibili – o che si applichino le leggi della Shari’a – in contrasto spesso con i diritti fondamentali dell’uomo.

L’Italia, insomma, non può accettare la presenza di chiunque, senza ma e senza se. Sia perché deve tutelare la sicurezza dei propri cittadini, sia perché deve (e non è un paradosso) salvaguardare l’identità morale di chi pensa che in Italia possa trovare l’America, sia perché deve salvaguardare il proprio impianto legislativo, culturale e tradizionale.

Tuttavia, non credo che questo governo possa raggiungere i suddetti tre obiettivi. L’attuale ministro dell’Integrazione, Cécile Kyenge, infatti, si è spesso caratterizzata per aperture preoccupanti, come la stravagante idea di chiamare con “Genitore 1” o “Genitore 2” il papà e la mamma di un figlio o di abolire il reato di immigrazione clandestina.

Occorrerebbe, infatti, ben altra composizione dell’esecutivo…

 

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